Osservazioni
Un caporal maggiore, grado evidenziato dai caratteristici “baffi” neri applicati ai paramani della giubba, sta nutrendo una capra con del fogliame, che l’animale sembra gradire molto. La giubba sbottonata permette di notare i cinque bottoni con cui era chiusa, altrimenti non visibili, poiché coperti da un apposito lembo con cui era confezionata, ed anche il gilet grigio verde, che era usualmente indossato al di sotto di essa. Ma il particolare più interessante è rappresentato dall’elmetto metallico che il militare calza sulla testa, che al tempo era usualmente denominato “caschetto francese”, la cui denominazione ufficiale era invece quella di elmetto mod. 1915 “Adrian”, dal nome dell’intendente generale che lo ideò insieme al proprio staff. Prodotto in un acciaio di qualità considerata elevata per l’epoca, era formato da quattro parti unite tra loro: la calotta, la visiera, il paranuca, ed infine la cresta, che copriva il foro di aerazione sito sulla sommità della calotta. L’imbottitura era molto confortevole, essendo formata da una cuffia di morbida pelle con intagliate sette linguelle, ciascuna delle quali provvista di un forellino nella parte apicale, per farvi scorrere una cordicella che facilitava la regolazione, consentendo un miglior adattamento alla testa. Un pratico sottogola, di pelle con fibbietta di regolazione, permetteva di assicurarlo al capo. I primi esemplari giunsero alle truppe nell’autunno del 1915, in numero di sei per compagnia, ed ancora provvisti della tinta originaria “bleu horizon”, un colore grigio blu, che ben si armonizzava al correndo uniformologico francese. Solo nella tarda primavera del 1917 il Comando Supremo del regio esercito avrebbe disposto che la tinta degli elmetti sarebbe dovuta essere il grigio verde, adeguandosi al colore delle uniformi italiane. Confortevole da calzare, e con un peso assolutamente sopportabile che si aggirava mediamente sui 750 grammi, ebbe un enorme successo tra le truppe, tanto che la sua distribuzione, ai primi di gennaio del 1916, aveva già raggiunto i 328.700 esemplari! Dopo qualche mese sarebbe stato prodotto su licenza anche in Italia. Dal luglio del 1916, “allo scopo di riconoscere i vari corpi e reparti” il Comando Supremo dispose che sulla parte frontale dell’elmetto dovesse essere riportato il “fregio identico a quello del berretto”. Gli elmi metallici, scomparsi dai campi di battaglia con il progressivo affermarsi delle armi da fuoco, tornarono alla ribalta nel corso della grande guerra quando il conflitto, dopo le operazioni manovrate iniziali, assunse su tutti i fronti la caratteristica di guerra di posizione, obbligando le truppe a trincerarsi. Nella lunga permanenza in trincea, la parte più esposta del corpo dei soldati era la testa, sulla quale tutti gli eserciti avevano in dotazione dei berretti di lana, ad eccezione di quello tedesco, le cui truppe calzavano il caratteristico “pickelhaube”(casco chiodato), realizzato in cuoio bollito. In breve, a causa dell’azione martellante delle artiglierie, della relativa vicinanza tra le opposte trincee, dell’infinità di piccole ma micidiali schegge, metalliche e pietrose, causate dall’impatto delle granate sul terreno, il numero di morti e feriti per colpi subiti alla testa aumentò vertiginosamente, obbligando le intendenze a studiare un copricapo che fosse protettivo ed al tempo stesso non troppo pesante da indossare. I progetti che ebbero maggior diffusione furono, in ordine di tempo, quello francese, esportato in vari paesi tra cui l’Italia, poi quello inglese, ideato da J.L. Brodie, dalla caratteristica forma a catino rovesciato che i combattenti chiamavano scherzosamente “battle bowler”(bombetta da battaglia), prodotto anche per gli Stati Uniti d’America che poi lo avrebbero prodotto su licenza, ed infine lo “stahlhelm”(elmo d’acciaio) tedesco, dalla forma inconfondibile, fornito anche all’alleato austro ungarico che lo avrebbe prodotto su licenza, e che si rivelò quello maggiormente protettivo ed efficace. (Associazione Culturale Isonzo - Gruppo di Ricerca Storica ODV Gorizia)